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Keynes vs.Hayek :due teorie economiche a confronto: Parte prima

Keynes vs.Hayek

Spesso mi capita di riflettere su due importanti economisti: John Maynard Keynes e Friedrich von Hayek. Erano due studiosi di spicco all’epoca della Grande Depressione, con viste nettamente contrastanti. 
Gli argomenti che trattarono nel 1930 ora sono stati ripresi sulla scia della recente crisi finanziaria globale.
Oggi la linea di faglia tra le due teorie economiche può essere definita come la differenza tra chi crede che l’economia stagnante può essere stimolata dal governo fornendo un importante stimolo economico, e quelli che credono che il governo è troppo invadente e deve essere smantellato per far posto al funzionamento del libero mercato.
Il dibattito Keynes-Hayek è riaffiorato dopo il crollo della borsa del 2008 e la crisi delle banche e delle istituzioni finanziarie di Wall Street l’anno successivo. 
Le attuali difficoltà economiche portano a riflettere sempre maggiormente.
Quando una persona economizza sui consumi, lascia i suoi risparmi in banca o investe in titoli considerati sicuri, alle condizioni attuali i consumi e gli investimenti in attività produttive sono bloccati a causa della mancanza di fiducia. 
In questo caso il governo dovrebbe intervenire e spendere per compensare il deficit che si viene a creare?
Qualcuno potrebbe dire che la causa dei problemi economici è dovuta a una cattiva gestione monetaria che crea una carenza di investimenti, ma altri potrebbero affermare che la spesa pubblica ha creato problemi perché divenuta finanziariamente insostenibile per lo stato il quale, per sostenerla, deve aumentare le tasse, che a loro volta riducono i consumi e affossano le imprese.

In economia Keynes sostiene che bisogna supportare i due componenti della ‘domanda effettiva’ – i consumi e gli investimenti. 
Le direttive politiche del modello keynesiano sono evidenti: i finanziamenti devono essere trattati con bassi tassi di interesse, il governo deve garantire e sostenere una economia in cui sia presente un deficit di spesa. 
La sua teoria è di stimolare l’economia attraverso elevati livelli di spesa pubblica, il governo deve aumentare i progetti di lavori pubblici e la spesa di stimolo fa aumentare la domanda aggregata della nazione:a ciò corrisponde un aumento della domanda totale di beni e servizi finali. 
In pratica se lo stato investe un euro l’economia nel complesso crescerà di un euro+una percentuale (in base alla propensione al consumo) [1/(1-c’)]. Teorizza che quando avvengono grandi shock economici – con il solito crollo degli investimenti – non esistono forze di ripristino automatico in un’economia di mercato, l’economia continua a restringersi fino a raggiungere una stabilità su un livello basso. 
Questa posizione viene denominata di “sotto-occupazione di equilibrio”. 
Ragiona sul livello di attività – produzione e occupazione – che dipendono dal livello stesso della domanda aggregata. In questa situazione il governo deve aumentare la propria spesa pubblica per compensare il calo della domanda aggregata.
Paul Krugman, keynesiano, ritiene che uscire dalla depressione è facile: più credito conveniente e più prestiti. 
Tanto credito e una pioggia di denaro preso in prestito a buon mercato (ammesso che questo credito vada all’economia reale).
Per Hayek i tassi di interesse bassi causano una espansione del credito, questo fa esplodere le bolle economiche, l’effetto inflazionistico di questa espansione del credito travolge la ricchezza. La principale causa dei crolli è l’eccessiva creazione di credito da parte delle banche, che portano a eccessi di spesa. 
Ha sostenuto che le bolle sono state pompate da iniezioni insostenibili di credito inflazionistico, in sostanza la moneta deve essere solida e non ci devono essere interventi statali. 
Enfatizza sul fatto che un governo che pianifica l’economia non può funzionare perché i pianificatori centrali possono cercare di far funzionare l’economia perfettamente, ma non hanno mai la perfetta informazione che avrebbe prodotto i risultati sperati. 
Ha teorizzato l’idea che gli investimenti privati, al contrario della spesa pubblica, promuovano una crescita sostenibile. 
Individua nell’estensione della pianificazione centrale, l’inizio della crescita dei vincoli alla libertà individuale, tutto ciò porta inevitabilmente alla nascita di regimi tirannici, comunisti e fascisti.
Hayek, insieme al suo mentore Ludwig von Mises, vogliono evitare il collasso finale e lo attribuiscono alla eccessiva espansione del credito.
Di volta in volta, le idee e le teorie di Keynes e Hayek sono state utilizzate per argomentare a favore o contro quando un governo interviene attivamente nell’economia di uno stato.
In politica economica i governi hanno accolto la tesi keynesiana a partire dal dopoguerra attribuendo un ruolo attivo del governo nel mercato. 
Questa politica ebbe molto successo durante i “trente glorieuses” fino alla metà degli anni ’70. In seguito la teoria hayekiana è stato scelta a partire dagli anni ’80 come strumento per tentare di porre rimedio e spiegare i momenti di congiuntura economica sfavorevole.
A dire il vero, in questi ultimi tempi, entrambe le teorie vengono supportate da fazioni che si danno gran battaglia. 
Capita di vedere politici che si affrettano a dare la colpa al mercato libero hayekiano, accusandolo della attuale recessione che stiamo vivendo.
Altri critici keynesiani sono riusciti a dimostrare che il sistema di “libero mercato” non sia mai realmente esistito.
La battaglia tra due titani economici si è orientata verso le idee di libero mercato a partire dagli anni ’80, si è vista la vittoria delle idee di Hayek su Keynes. 
Ma questa battaglia accademica di idee sembra non essersi ancora conclusa, dato che l’attuale crisi economica sembra mettere in discussione i paradigmi del libero mercato.

Curiosamente Keynes non ebbe in antipatia alcune delle idee di Hayek, pare che lo abbia indirettamente aiutato a scrivere il libro “The Road to Serfdom”. 
Quando Hayek e il resto della London School of Economics si trasferì a Cambridge nel 1940 per sfuggire ai bombardamenti di Londra, Keynes se lo ritrovò nel suo college, i due rimasero in contatto regolare fino alla morte di Keynes nel 1946. 
Entrambi erano liberali con una forte avversione per i regimi autoritari, come il comunismo e il fascismo.
Keynes respinse l’idea che qualsiasi aumento di pianificazione statale è il primo passo sulla strada per la tirannia, ma fu d’accordo nella visione d’insieme che i limiti di intervento statale erano necessari affinché la democrazia liberale rimanesse al sicuro. 
Alla fine è una questione di sapere dove tracciare la linea di separazione tra intervento statale e mercato privato.
Forse la logica estrema del laissez-faire senza limiti non è possibile.
Entrambe avevano ben capito che i politici hanno bisogno di sapere quando fermarsi, che il controllo dello Stato in alcuni settori può essere giustificato, ma i governi hanno sempre bisogno di una linea di demarcazione oltre la quale non devono mai andare.
Lezione che trovo rilevante per la nostra attualità.

(Episode n°1 – to be continued)

BY Alessia

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